Visualizzazione post con etichetta parole della memoria. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta parole della memoria. Mostra tutti i post

giovedì 20 giugno 2013

Meriggiare curioso e raccolto

Nelle mie "cellar door" rientra certamente il verbo meriggiare. È un piacere che raramente posso godermi alle latitudini in cui mi trovo. Immagino di non essere il solo ad associare il verbo meriggiare ad una famosa poesia di Eugenio Montale.
Meriggiare significa riposarsi all'ombra, in un luogo aperto, nelle ore più calde del meriggio. Oggi forse diremmo fare la siesta. Non mi sembra però che in spagnolo ci sia unico verbo per esprimere lo stesso concetto.  Forse non c'è in nessun altra lingua un traducente diretto.
Nella forma  transitiva il verbo meriggiare significa anche far riposare il bestiame all'ombra nelle ore calde del pomeriggio.

Una variante toscana di meriggiare è meriare. Nel fiorentino l'espressione "andare alle merie" significa andare all'aperto per godersi aria fresca e ombre ristoratrici.

sabato 5 novembre 2011

Mamma, Ciccio mi tocca

Nelle "Voci e maniere del parlar fiorentino" il Fanfani riporta l'espressione "fare la ganza di Cecco".
Non saprei quanto il modo di dire sia diffuso ai giorni d'oggi. Si soleva usare tale espressione per indicare colei (o colui) che fingendo di dispiacersi per qualcosa, sotto sotto la apprezza e ricerca.
L'origine pare risalga ad una novella popolare in cui c'era una ragazza che aveva un pretendente di nome Cecco. La ragazza diceva la madre dicendo "Mamma, Cecco mi tocca" mentre di nascosto sussurava al suo ragazzo "Toccami, toccami Cecco che la mamma non vede". Per questo quando qualcuno si comportava come la ragazza di Cecco si esclamava: "Oh mamma, Cecco mi tocca".

Ricordo che la medesima espressione è diffusa nel barese. Si dice infatti "essere come ad un Ciccio mi tocca" oppure anche "fare come a Ciccio mi tocca". Infatti Ciccio altro non è che uno dei diminuitivi di Francesco, versione locale del Cecco toscano.

Sapete se anche in altre regioni è diffusa una locuzione simile?

sabato 12 febbraio 2011

Cannaruto e canarile

Tra le parole della memoria ricordo che la parola canaruto (o cannaruto) ricorreva spesso che benevoli rimproveri che gli adulti rivolgevano a noi bambini. L'invito a non essere troppo canaruto arrivava spesso dai genitori o dai parenti più vicini come nonni e zii.
In alcuni dialetti meridionali il termine cannaruto significa ghiottone,goloso e viene spesso utilizzato come bonario rimprovero.

Se per esempio un bambino mangiava troppe cioccolate, biscotti o zucchero si sentiva apostrofare come "canaruto" oppure che aveva il "canarile" lungo. Canarile è un termine dialettale che sta ad indicare l'esofago,la gola.
La golosità, l'avidità del buon cibo, per esempio è chiamata cannarutizia nel napoletano e cannaturia nel tarantino.
Nella zona di Cerignola circolerebbe una leggenda legata a San Pietro patrono della città. A me pare che si tratti di un fantasioso aneddoto popolare.
Secondo una leggenda locale San Pietro ogni tanto ne combinava qualcuna delle sue. Passando in zona vide un prosciutto appeso ad una finestra e senza pensarci due volte se ne impossessò. Gesù non la prese bene e impose di restituire l'oggetto del furto. Pietro non riuscì a ritrovare il proprietario e quindi si tenne il prosciutto per se. Per questo il popolo gli affibiò l'appellativo di "cannaruto".

lunedì 13 dicembre 2010

Tomoli e maggese

Non si ricordano i giorni si ricordano gli attimi, scriveva Cesare Pavese. A me sempre più spesso capita di ricordare parole. Non interi discorsi, solo parole.
Riaffiorano a distanza di anni, come risvegliatesi dolcemente da un prolungato e quieto letargo. In questo spazio le chiamerò le parole della memoria.

Qualche giorno fa si sono palesate due parole collegate tra loro: maggese e tomolo.
Ricordo le corrispondenti versioni dialettali ricorrevano spesso nei discorsi degli adulti e di amici.
Prima ancora del significato ricordo il suono piacevole del termine maggese. In seguito ho imparato che anche i campi, così come gli uomini, hanno bisogno di riposare per riprendere vigore.

La rivelazione del mondo dei numeri e delle unità di misura non mi aiutò a fare luce sul valore esatto del tomolo. Era un concetto che sembrava risiedere nella fugacità di conversazioni di piazza piuttosto che tra le pagine dei libri.
Da una provincia all'altra spesso le unità di misura cambiavano.

Il tomolo non aveva infatti una misura equivalente in tutte le città. Dalle mie parti un ettaro equivale(va) a 2 tomoli e mezzo.